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Comunicazione digitale e informazione sono due sorelle che litigano spesso. Nell’era dei social media, la differenza si fa più sottile e meno scontata; nel dialogo con alcuni clienti, ho persino notato che spesso si finisce con lo scambiare i termini.

Eppure distinguerli è fondamentale: è in questa differenza che risiede l’essenza del nostro lavoro. Ma le distinzioni tradizionali tra questi due concetti-chiave sono ancora valide? O è necessario adeguarle alla nostra nuova realtà?

Non ho la presunzione di fare teoria della comunicazione. Ma vorrei raccontarvi un divertente aneddoto che mi è capitato pochi giorni fa. Luogo: la cucina di casa. Attori: io e una bambina, già grandicella, poco entusiasta all’idea di tornare a scuola. A suo dire, l’insegnante di – staccato– italiano, la tormenta imponendole regole inutili, come l’uso dell’ apostrofo. Lo scorso anno aveva addirittura osato metterle un brutto voto, per colpa dell’insopportabile “lacrimuccia” ortografica, lamentando che “alla sua età, certe regole dovrebbero ormai essere scontate”.

Ma insomma, chi è che usa DAVVERO l’apostrofo? A chi interessa l’ortografia nell’anno del Signore 2016?

“Tanto se voglio mandare un messaggio a qualcuno e non ho voglia di scrivere, lo registro sul cellulare e lo invio a chi voglio, così lo ascolta. E non c’è bisogno di apostrofi”.

Immediatamente ho pensato a tutte gli amici giornalisti che su Facebook si lamentano, disperati, ogni volta che ricevono un comunicato stampa con palesi errori di ortografia; e a tutti gli amici uffici stampa che, sempre su Facebook, si difendono ricordando che a volte un comunicato si riscrive anche 10 volte di corsa, e che un po’ di indulgenza sarebbe gradita.

Già. Litigare con l’apostrofo, non è roba da bambini. Dietro l’apostrofo ci sono tante cose: senso d’inadeguatezza, stanchezza, il desiderio e l’impossibilità di ribellarsi a situazioni stressanti… L’apostrofo è l’eterno oggetto del contendere tra la maestra e lo scolaro che vivono ancora dentro di noi.

Ho chiesto alla bambina se l’insegnante avesse cercato di aiutarla a capire come usare correttamente l’apostrofo. Lei ha ammesso che la “maestra cattiva” le aveva spiegato più volte il dogma dell’ortodossia grammaticale e le aveva dato esercizi da fare; tuttavia, quelle regole lei proprio non riesce ad applicarle. “Perché sono regole stupide” ha precisato.

Allora ho capito: la maestra l’aveva correttamente informata sull’uso dell’apostrofo, ma al proposito non le aveva comunicato nulla. Aveva fatto leva solo sulla parte razionale della sua intelligenza, ma non su quella emotiva. Peccato: quando qualcosa tocca la nostra intelligenza emotiva, tendiamo a dargli molta più importanza. Lo tratteniamo nella memoria e lo custodiamo come un oggetto prezioso; le informazioni pure, invece, le conserviamo solo in base alla loro utilità reale applicata al nostro quotidiano. E purtroppo è vero: la nostra nuova quotidianità, fatta di emoticon, video e messaggi registrati, potrebbe anche fare a meno dell’apostrofo. Tra poco potrebbe fare a meno anche della lingua scritta, o affidarla alle trascrizioni automatiche dei device.

Di fronte alla possibile estinzione dell’apostrofo ho provato una strana compassione. Per la prima volta mi è sembrato davvero una lacrimuccia. Ho tirato fuori il tablet, sono andata su Pinterest e ho mostrato alla bambina quest’immagine.

comunicazione social media

Lei ha spalancato gli occhi, rimanendo in silenzio. Io le ho chiesto: “Tu come vuoi vivere?”

“D’istanti e d’istinti” ha risposto lei.

“Allora meglio usare l’apostrofo, che ne dici?”

Questa è comunicazione. Funzionerà? Lo sapremo alla prima verifica d’italiano. Nel frattempo, mi godo la temporanea soddisfazione che si prova ad aver aiutato un vecchio nemico in difficoltà. Almeno finché mi toccherà scrivere il prossimo comunicato stampa.